Fame di byte
di Massimo Centini
La nostra civiltà produce una grande quantità di conoscenza e di informazione: ma questo patrimonio rischia di andare perduto per i limiti oggettivi di memorizzazione e di consultazione.
In media, ogni due anni, l’informazione su carta e su vari supporti magnetici raddoppia, si stima che in media ogni abitante produca 880 mega byte di dati all’anno.
Il materiale informatizzato al fine di garantirne la memorizzazione richiede così tanti byte che per indicarli è necessario fare riferimento a cifre con uno stuolo di zeri quasi impossibili da indicare. Oggi si parla normalmente di Exabyte (numero con venti cifre decimali), ma la mole di dati continua a salire. Complice della crescita non solo la grafologia umana, ma la capillarizzazione dei mezzi di comunicazione, che consentono di ottenere informazioni memorizzabili (ad esempio la banale fotografia con il telefonino); naturalmente il ruolo principe è costituito dalla Rete e della posta elettronica che, in particolare la prima, ci adula con le sue offerte di conoscenza inducendo a scaricare dati su dati. Una quantità enorme di materiale che dovrà essere conservato, spesso senza aver mai il privilegio di essere letto, neppure “aperto” per sbaglio.
E così la nostra fame di byte cresce, cresce sempre di più.
I supporti fanno quello che possono: dopo aver quasi completamente pensionato i floppy disk con i loro due anni di memoria garantita, adesso ci sentiamo un po’ più ricchi di certezze con cdrom e dvd che ci assicurano di essere in grado di darci vent’anni di fedeltà; garanzia che si riduce a cinque se masterizzati in proprio. Arriva a trenta il disco Udo di Hp da 30 gigabyte, mentre gli scienziati ci assicurano che presto si arriverà a mezzo secolo di memorizzazione con i sistemi olografici.
Al “fregolismo” che caratterizza la produzione attuale di informazione, non riescono quindi a star dietro i sistemi di memorizzazione. Si profila una perdita di conoscenza, qualcosa di simile a quella perdita nefasta che Platone ipotizzava guardando alla scrittura come nuovo “contenitore” del sapere?