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La battaglia in difesa dei sogni
di Francesca D'Amato

Qualche secolo fa, quando ancora le fate potevano vivere in mezzo agli uomini e il mondo dei sogni si poteva raggiungere facilmente, vicino ad Arona esisteva un portale che portava in Arcadia, la mitica terra d'origine degli elfi e dei nani. Purtroppo, nell'alto medioevo, la gente iniziò a rifiutare le fate e a ritenere le loro gesta solo "roba per bambini" nemmeno buone per una ballata o un sonetto destinati agli adulti.

I nobili condottieri e le principesse cedettero spazio a mercanti e viaggiatori nelle canzoni intonate dai menestrelli, non più nelle corti dei nobili ma nelle piazze dei liberi comuni. I satiri e le ninfe cari ai romani divennero diavoli e streghe che infestavano i boschi, pronti a irretire e traviare l'ignaro viandante. Le fate che abitavano nel Verbano presero in considerazione l'idea di abbandonare questa terra che diventava sempre più inospitale e si radunarono intorno al portale di Arona per intraprendere il lungo viaggio che le avrebbe ricondotte nel mondo dei sogni. La maggior parte di loro però era troppo legata alle genti e ai posti di qui e decise di restare ad aspettare tempi migliori, nonostante le difficoltà, perché l'idea di allontanarsi dall'amato lago era troppo triste.

Nel frattempo i due mondi si allontanavano sempre di più e il portale dava segni di cedimento. Alcune tra le fate più nobili, scaturite dai racconti cavallereschi ormai non più attuali, sentivano più di altre l'urgenza di mettersi in salvo e soprattutto di raggranellare quanti più tesori magici possibile per "metterli al sicuro" in Arcadia oppure, più praticamente, per usarli per pagare tutti i pedaggi che avrebbero incontrato lungo il percorso. Il modo più efficace che escogitarono fu quello di razziare e depredare quanto le fate propense a restare sulla Terra avevano di più prezioso. Attorno al portale di Arona si scatenò una bolgia di disperati che cercavano di rubarsi tutto il possibile a vicenda.
Una nobile dama elfica di nome Anna cercò di mettere un freno a questa situazione, usando sia la diplomazia che le maniere forti per proteggere i suoi vassalli, onorando gli obblighi conseguenti il suo lignaggio. Così facendo arrivò a pestare i piedi ad un duca intenzionato a saccheggiare abbastanza tesori per agghindare a festa tutto il suo seguito. La dama pagò cara la sua insubordinazione: per punizione venne magicamente addormentata e condannata a perdere per sempre la sua anima fatata, vivendo una vita umana al servizio del primo mortale che l'avesse risvegliata. Questo perché assaggiasse fino in fondo l'amore per il mondo dei mortali che aveva preferito alla sua gente. Fatto questo il duca e il suo seguito si affrettarono ad attraversare il portale, che crollò alle loro spalle separando il mondo dei sogni dal nostro. Coloro che rimasero indietro non avevano la forza di spezzare l'incantesimo con cui il duca aveva maledetto Anna, ma cercarono di alleviarle, per quanto fosse loro possibile, la pena. Deposero Anna in una grotta e le misero accanto due dei tesori che grazie a lei erano stati salvati: un campanaccio, che era in grado di mantenere in ottima salute le bestie, e un sacchetto di monete d'oro, che avrebbe assicurato la ricchezza al suo possessore.

Lanciarono quindi un secondo incantesimo sulla grotta: essa avrebbe sempre dovuto contenere almeno due dei tre tesori che custodiva. Speravano in questo modo di evitare che Anna venisse svegliata da un avido (che le avrebbe preferito il sacchetto) o da un bifolco (che avrebbe scelto il campanaccio). Le auguravano di essere svegliata da qualcuno interessato a lei sopra ogni altra cosa, capace, magari, anche di amarla.

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“Corporazione dei Bardi” ed Amici delle Leggende
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