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Saluto Saluto
di Massimo Centini

Salutarsi sta diventando una pratica sempre più rara: lo rivela una ricerca condotta nelle principali città italiane. Infatti basta dare uno sguardo ai dati statistici per rendersi conto di quanto siano cambiati i tempi: negli anni Settanta del Novecento mediamente ognuno di noi salutava da venti a trenta persone al giorno, oggi la media è scesa tra otto e dieci persone.
Ma perché ci si saluta di meno?
Dalla ricerca emergono quattro motivi che - ognuno a modo suo - sembrano avere una propria ragione: a) non si saluta perché si ha l’impressione di farsi i fatti altrui; b) ci si chiede perché a salutare non sia stato prima l’altro; c) si teme una reazione negativa dell’altro; d) il volto dell’altro, in genere, sembra arrabbiato.
Motivazioni a cui ognuno di noi qualche volta avrà fatto riferimento per dare un senso a quell’incomunicabilità che oggi sembra essere dilagante e soprattutto difficile da arginare.
“Una volta la gente per strada si salutava anche senza conoscersi”, “Alle feste si augurava buon Natale a chi si incontrava nei negozi”: due tra i tanti esempi raccolti tra persone che hanno più di settant’anni e che forniscono lo spaccato sociale chiarissimo di un tempo che non c’è più. Finito.
Qualcuno segnala che un decadimento della pratica del saluto va individuata nell’affermazione del “salve”, quel frammento di riscontro nei confronti dell’altro che pare quasi strappato con sforzo, proprio perché non se ne può fare a meno.
C’è chi considera il salve quasi un insulto e lo connota con toni che con l’educazione non avrebbero nulla da spartire.
Ma il saluto spontaneo non è solo un fatto di educazione, è soprattutto il segno che si considera l’altro, gli si riconosce la sua identità e si cerca di indicargli la nostra disponibilità a ritenerlo un possibile interlocutore. Dietro al saluto c’è quindi tutto un background di cultura, di consuetudini sociali e di istanze psicologiche che sono parte integrante della nostra identità.
Bisogna comunque dire che, in particolare nelle città, non è possibile salutare tutti, poiché un tale impegno, oltre ad avere qualche motivazioni patologica, determinerebbe un impegno insostenibile. Il saluto deve essere gestito con cura, ma non bisogna essere avari: nelle sale d’attesa, nelle code alla Posta o in mille altre occasioni dove la promiscuità è obbligata, un saluto stempera la tensione, rende “meno potenziale nemico” l’altro e dispone le persone al dialogo. Dialogo che può anche non esserci, ma che potrebbe scaturire e portare contributi utili a tutti gli interlocutori.
È significativo che quando passeggiamo in campagna o in montagna, diventi automatico salutare chi si incontra: un gesto spontaneo, non forzato, che quasi nella totalità dei casi ottiene una risposta. Anzi sembra che, in quelle occasioni, si faccia a gara per salutare per primi e il “buongiorno” sia parte integrante delle regole del passeggio.
In una società dove spesso non si conoscono gli inquilini che abitano nel nostro stesso condominio, il saluto può essere un’ancora di salvezza per fare in modo di salvaguardare i rapporti umani che, al di là di facile retorica, sono comunque gli unici strumenti per dare un senso al nostro vivere in società.
Forse il repentino decadimento del saluto è direttamente proporzionale al trionfo del privato, alla definizione di strette cerchie entro le quali ognuno di noi ha inserito solo “quelli che meritano”, escludendo il resto del mondo.
Non salutare diventa una forma di difesa per non offrire appigli all’altro, per fare in modo che non vi siano collegamenti dei quali potremmo anche pentirci… Dovremmo anche domandarci se ci fa piacere essere salutati e quindi capire se in quello spontaneo gesto di comunicazione riusciamo a scorgere un segno positivo, o se semplicemente ci dà fastidio. Ci importuna.
Chissà, magari un paio di buongiorno in più e qualche salve in meno possono essere un buon inizio…
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