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Senza lacci Senza lacci
di Massimo Centini

I meno giovani pensavano che fosse “una moda”, uno dei tanti sistemi per essere fuori dagli schemi secondo un modus operandi tipico dei giovanissimi. Poi ci si accorge che, un po’ alla volta, quel modello viene perseguito anche da chi proprio non è di primo pelo e allora è necessario fermarsi a pensare.
Ci riferiamo alla diffusa e crescente abitudine di calzare scarpe senza lacci: i primi sono stati i nostri figli coinvolti nel meccanismo di emulazione tipico degli adolescenti, adesso però sono anche gli adulti ad adottare quel sistema dietro il quale forse si cela qualche messaggio occulto. Ma quale?
Anche se certamente non si tratta di argomento da farci sopra un convegno di antropologia o psicologia, è comunque un dato di fatto che queste scienze vengono chiamate in causa dalla moda del “senza stringhe”.
Non dobbiamo dimenticare che i lacci delle scarpe sono un marcatore culturale importante: ritorniamo indietro con il pensiero e cerchiamo di fissare la nostra attenzione agli anni verdi della fanciullezza, quando iniziavano ad essere visualizzabili alcuni di quei riti di passaggio che, da lì a qualche anno, sarebbero diventati molto frequenti. I lacci delle scarpe facevano parte di questi riti.
Infatti, molti lo ricorderanno, sapersi legare le scarpe da soli equivaleva a non essere più bambini, ma ad aver acquisito quella capacità pratica, ma colma di risvolti simbolici, che preludeva l’ingresso nel mondo degli adulti.
Inoltre, e qui entrano in gioco le circonvoluzioni del linguaggio degli psicologi, accettare di “legare” la scarpa equivale ad accettare delle regole, a far proprie delle imposizioni della società che non solo “veste” il piede conformandolo ad uno status attraverso la scarpa, ma lo “chiude” in un apparato che ne aliena la libertà.
Paroloni per dire cose semplici? Forse, resta il fatto che, così almeno assicurano gli scrutatori della nostra psiche, rinunciare ai lacci equivale, magari inconsciamente, a rinunciare agli status, alle regole, alle imposizioni.
In un’epoca in cui impazza l’infradito anche in luoghi dove fino a quale anno fa mai ti saresti immaginato di vedere gente in ciabatte, la scarpa senza legacci rischia quasi di passare inosservata.
Adesso che il “mocassino” viene da molti considerato una scarpa “da vecchio” e che la classica calzatura legata aveva riacquistato la cresta dell’onda, la moda del “laccio-off” ha creato un ibrido che sembra destinato a spopolare.
Per l’uomo della strada che è intorno ai cinquanta, magari con qualche sfumatura borghese e poco addentro alle “mode”, diventa difficile capire come si possa camminare privi di lacci senza correre il rischio di perdere le scarpe. Le mamme, sempre attente all’aspetto salutistico, si domandano allarmate se le scarpe sguarnite, possano determinare malformazioni con incidenze sulla postura e la struttura ossea.
Qualcuno sventaglia la possibilità che essere senza lacci corrisponda al rifiuto del consumismo; per molti è espressione di un’ideologia libertaria in cui l’assenza di stringhe di fatto è uguale all’assenza di adesione a luoghi comuni.
Significativamente la maggioranza delle persone interpellate risponde però che senza lacci “cammina meglio”, o che i piedi “sono più liberi”…
Tutto si palleggia tra essere ed apparire, tra come vestiamo i nostri piedi e quanto vogliamo comunicare trasversalmente con l’aiuto dei capi d’abbigliamento. E così, prima o poi, non mancherà lo psicologo di turno che in qualche talk show ci illustrerà gli aspetti reconditi della rivoluzione del senza lacci, aprendo scenari inimmaginabili dall’uomo della strada.
Comunque i produttori di scarpe sono avvertiti: per loro il futuro non è più bilanciano dall’atavico dualismo: legata o mocassino, ma c’è una terza posizione “legabile, ma senza lacci”. Risolvere l’equazione corrisponderà a diventare leader nel mercato dei prossimi anni.






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