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L'amore-odio di Mussolini per Varese
Fu così che il duce non si salvò

Agli inizi Varese piacque assai a Mussolini. Da quando aveva deciso di passare nella schiera degli interventisti, tutt'attorno si levava il grido di traditore e i sindacati facevano di tutto per bloccare la stampa del suo quotidiano, il "Popolo d'Italia". Ma ecco che da Varese, al tempo una città di 20.000 abitanti famosa per le sue industrie, si fece vivo il compagno e amico Umberto Pilati con l'invito a tenere una conferenza per illustrare la propria posizione.
La sera dell'otto dicembre 1914 il Teatro Politeama brulicava di gente. Vi erano molti giovani, tra i quali si levavano di continuo grida di guerra, ma soprattutto, come gli spiegò Pilati, nella sala si trovavano importanti imprenditori e uomini politici..
Dopo il comizio Mussolini ebbe modo di colloquiare con essi in una saletta riservata. Fu così che rientrò a Milano con due certezze. Il mondo industriale, in particolare quello aeronautico, era concorde con la sua volontà di portare l'Italia in guerra al fianco della Francia e dell'Inghilterra, poiché brevetti e motori utilizzati nei capannoni aeronautici provenivano da quelle nazioni.
Ebbe inoltre l'assicurazione da Giovanni Bagaini, direttore e proprietario del quotidiano locale “Cronaca Prealpina”, che alcuni tipografi si sarebbero trasferiti a Milano per garantire la regolare ripresa delle pubblicazioni de “Il Popolo d'Italia”.
Mussolini non ignorava che prima o poi avrebbe dovuto pagare un prezzo per questi favori. Tuttavia quella notte era così felice che quando l'oscuro pensiero di un costo troppo elevato lo sfiorò si limitò ad alzare le spalle.
Finita la guerra i suoi rapporti con Varese si rafforzarono. I costruttori d'aerei, con gli hangar zeppi di velivoli che nessuno voleva più comperare, ne sostenevano con convinzione le scelte politiche. Ma, al di là della politica a Mussolini piaceva stare in compagnia dei piloti, tanto che ben presto conseguì il brevetto di volo. La passione per la velocità, nata nel clima futurista del tempo e subito diventata un'emblema del fascismo, era penetrata prepotente nella sua personalità. Non a caso, alla guida di una veloce automobile o di una rombante motocicletta, partendo da Milano amava divorare anche la dritta strada di fondo valle che portava verso i grandi laghi.
Quando i socialisti conquistarono il comune di Varese, comprese ch'era giunto il tempo di cominciare a pagare il proprio debito. In preda al panico si precipitarono nel suo studio i personaggi conosciuti cinque anni prima. Gli dissero che era interesse del fascismo aiutarli a mantenere il controllo della città. Il municipio di Varese venne occupato dalle camicie nere e la città tornò in mano ai vecchi notabili.
Man mano che il fascismo e il suo duce acquistavano importanza da Varese gli pervenivano richieste sempre più importanti. Basti dire che come Primo Ministro dette il suo benestare alla costruzione dell'autostrada che collegava Varese a Milano. Non batté ciglio neppure di fronte alla richiesta di dare vita a una nuova provincia di cui Varese fosse capoluogo.
Poi nell'ottobre del 1925 accadde qualcosa che spezzò per sempre l'idillio tra la città e il duce. Dopo un'esaltante visita agli stabilimenti Siai-Marchetti di Sesto Calende, Mussolini espresse la volontà di visitare anche le officine aeronautiche Macchi di Varese. Della possibilità di questa visita era corsa voce sin dai giorni precedenti. Le autorità avrebbero avuto perciò il tempo di organizzare ogni cosa a puntino, invece solo all'ultimo minuto, mentre già il corteo si dirigeva alla volta di Varese, i responsabili del comune e della Federazione fascista raccolsero alcune decine di persone da distribuire lungo il percorso.
Mussolini giunse in città verso le 13,30 e quasi egli non avesse diritto a un minimo di ristoro o si volesse mandarlo via in fretta, nessuno si era preoccupato di organizzare un pranzo. Il podestà e il segretario federale dopo i saluti di rito avrebbero voluto condurlo immediatamente alla Macchi. Invece Mussolini si rifiutò di scendere dall'automobile e chiese d'essere accompagnato in un ristorante.
Le automobili si mossero alla volta del rinomato Hotel Excelsior, ma qui si verificò un inconveniente che fece gelare il sangue a tutti. Il ristorante era chiuso per turno e i gestori dell'Hotel non furono in grado di riaprire le cucine. Si andò allora al centrale Hotel Europa dove, data l'ora tarda, il duce dovette accontentarsi di una banale colazione fredda.
Non era finita. Agli stabilimenti Macchi Mussolini ricevette l'omaggio dei lavoratori, ma nessuno dei proprietari si fece trovare ad attenderlo. Anche il progettista capo quel giorno era inspiegabilmente assente.
Al termine di quell'allucinante giornata Mussolini, che si era sentito snobbato in modo pesante, giurò a se stesso che non avrebbe mai più rimesso piede a Varese. Meno di un anno dopo ebbe l'occasione di sondare la profondità dei propri sentimenti. Nel novembre 1926 a Norfolk, in Inghilterra, l'Italia si aggiudicò la Coppa Schneider con un aereo Macchi pilotato da Mario De Bernardi. L'impresa riscosse grande risalto sulla stampa e un'ondata di onorificenze si abbatté sui protagonisti. Anche i giovani figli del duce, Vittorio e Bruno, scalpitavano. Essi volevano conoscere l'eroico pilota De Bernardi, ma più ancora assaporare l'ebbrezza del volo su un velocissimo Macchi. Per qualche giorno Benito tergiversò, poi si convinse che facendo volare i due giovanetti l'effetto propagandistico a favore del regime sarebbe cresciuto e acconsentì. Fu però irremovibile nel diniego ad accompagnare i figli che furono affidati alle cure dello zio Arnaldo.
Quella volta la città prealpina si strinse attorno ai familiari del duce con grande affetto e rese quel soggiorno indimenticabile. Tornati a casa, Arnaldo e i nipoti furono prodighi di riconoscimenti e più volte scappò loro di dire: "avresti dovuto esserci", senza comprendere l'indifferenza con cui Benito accoglieva le loro parole.
E' proprio vero: gli odi di Mussolini erano tenaci. Per altri vent'anni, tanti quanti ancora durò la sua avventura, ostinatamente non mise più piede a Varese.
Drammatica fu la lotta che si svolse nel suo animo sul far della sera del 25 aprile 1945. Egli voleva fuggire da Milano alla volta dell'ospitale Svizzera, prima che i partigiani lo catturassero. L'autostrada per Varese era la più rapida e sicura. Non mancavano le insidie dei partigani lungo la valle dell'Olona o nei pressi della città, ma tutto sommato grazie all'efficace contrasto esercitato dai suoi fedeli i rischi apparivano assai relativi.
Per qualche attimo immaginò se stesso come ai vecchi tempi alla guida di una veloce Alfa sfrecciare sull'autostrada, passare di volata per Varese e subito dopo arrestarsi con grande stridìo di freni davanti alla sbarra di confine del Gaggiolo o di Ponte Tresa. Gli sarebbe bastata un'ora di tempo e prima ancora che qualcuno se ne accorgesse e potesse tentarne la cattura, si sarebbe trovato al sicuro in Svizzera.
Accanto a lui però c'erano familiari, gerarchi, decine di persone che cercavano scampo alla morte e che non poteva abbandonare. No, non sarebbe venuto meno al suo giuramento, non sarebbe mai più tornato a Varese! Laggiù dove cominciava l'autostrada, mentre la maestosa visione del monte Rosa sembrava indicargli la strada della salvezza, chiuse gli occhi e seguì il disperato corteo che svoltava verso Como.

Pietro Macchione
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